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"D‘improvviso Cumiana era lì, in una valle piatta, agricola, nel mezzo di una cerchia di montagne lontane; sopra i colli, le cime bianche delle Alpi."
Héctor BIANCIOTTI, 'Senza la misericordia di Cristo', Ed. Sellerio, Palermo 1989

DA VEDERE...

LA CHIESA E IL CAMPANILE DI SAN GERVASIO

San GervasioIn posizione elevata e distante dal centro della frazione Costa sorgono la chiesa e il campanile di San Gervasio. Il campanile risale al IX secolo ed è fra i più antichi monumenti del Pinerolese. È quanto rimane di una chiesa eretta dai primi cristiani in quel luogo appartato e sicuro. È quadrato, di forme romaniche semplicissime, aperto alla sommità da quattro monofore ad arco, in corrispondenza della cella campanaria. Lo sormonta una cuspide triangolare elegante e proporzionata. Testimonianze orali raccontano che la cuspide è ottocentesca, ed ha sostituito l’antica copertura, simile a quella della torre di San Giacomo, andata perduta.
Su di una parete il campanile conserva i resti di un affresco quattrocentesco, raffigurante l’assunzione della Vergine e attribuibile al maestro di Cercenasco. La Madonna, circondata da angeli, è contemplata da due belle figure di sante inginocchiate. Anche se il tempo ha in gran parte rovinato l’affresco, è possibile ammirare la delicata espressività dei volti, la ricercatezza e la cura degli abiti e delle acconciature che ne fanno un interessante esempio della cultura figurativa quattrocentesca. Alla base del dipinto c’è una lastra in pietra sulla quale, secondo il ricordo degli abitanti della borgata, erano appoggiati i morti prima della sepoltura.
Sul muro che ospita l’affresco è presente l’impronta di una volta a crociera; ciò fa supporre che la bella Assunzione si trovasse all’interno della cappella originaria, demolita nell’700 e sostituita dalla nuova costruzione, la chiesa di San Gervasio che fronteggia il campanile.
L’esterno è semplicissimo: la porta, di modeste dimensioni è sormontata da un occhio quadrilobato; la facciata è chiusa da un timpano triangolare ornato da una lineare cornice. L‘interno è scandito da lesene che suddividono l’unica navata in tre campate. Fra la seconda e la terza, un arco ribassato segna il punto in cui probabilmente era posto l’antico altare. Al di sopra dell’altare è collocata una bella tela firmata dal Bellotti e datata 1760, che raffigura la Madonna col Bambino venerata da San Biagio e dai Santi Gervasio e Protasio, martiri protocristiani. Il gruppo ha un’impostazione piramidale resa morbida dagli atteggiamenti dei personaggi e dai drappeggi degli abiti. Al centro del dipinto, in basso, si apre un delicato e armonioso paesaggio agreste. Affiancano l’altare due statue lignee dei santi Gervasio e Protasio, abbigliati da soldati romani, probabilmente di epoca secentesca. Purtroppo le statue sono state pesantemente ridipinte. Sulla parete destra è esposto un frammento di affresco proveniente dalla chiesa abbattuta rappresenta una Madonna dolce ed espressiva di epoca rinascimentale. A fianco della chiesa si apre il cimitero, ritenuto fra i più antichi del Piemonte. In questo lungo giunge la Strada dei morti, singolare percorso che nel passato avrebbe collegato la Val Susa al cimitero.
Per questo sentiero - secondo la leggenda, poiché non esistono fonti documentarie - venivano trasportati i morti cristiani della Val Susa. I motivi di questo disagevole trasporto non sono chiari, possono forse essere ricondotti al legame che c’era fra il territorio cumianese e la val Susa. Il signore longobardo Teutcario aveva, infatti, donato al monastero della Novalesa le terre cumianesi e al cimitero di San Gervasio potrebbero essere state trasportate le salme dei monaci per avere una degna sepoltura. Questa ipotesi storica, suggerita da Priolo e Avondo in “Leggende e tradizioni del Pinerolese”, Pinerolo 1998, potrebbe affiancarsi a quella folcloristica, che collega questa Strada dei morti alle tradizioni di molte vallate montane. Il sentiero, nel tratto cumianese, si snoda a partire dalla Colletta attraverso le località dei Bianchi, dei Canali Alti, dei Burdini, dei Canali Bassi, della Cioccheria, dei Gonteri, degli Oreglia, dei Castelli della Costa per concludersi, appunto, a San Gervasio. L’itinerario si sviluppa a mezzacosta e sembra ricalcare un tracciato utilizzato in tempi antichissimi ad esempio per la transumanza delle greggi.

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LA CHIESA DI S. GIOVANNI BATTISTA DELLA COSTA


La chiesa di S. Giovanni Battista, parrocchia della Costa di Cumiana fino al 1986, fu fondata nel 1338 da Guido Canalis, vescovo di Torino e zio di Termignone Canalis, signore di Cumiana dal 1366.
I conti Canalis sono i committenti dei principali arredi e delle pregiate tele che la chiesa contiene. Di essi l’edificio conserva anche le salme come testimonia l’iscrizione marmorea ai piedi dell’altare maggiore.
La chiesa, di elegante architettura, è di modeste dimensioni e di struttura regolare.
La facciata, di costruzione recente, è lineare, interamente dipinta a trompe l’oeil”, in modo da apparire divisa in cinque parti per mezzo di quattro lesene a capitello corinzio. Fra le lesene sono dipinte due nicchie contenenti l’una la Madonna col Bambino, l’altra San Giuseppe. Un restauro delle decorazioni è stato effettuato nel 1994. Il portone di ingresso è sormontato da un occhio trilobato alla cui sommità si affaccia un bassorilievo raffigurante la testa mozzata di San Giovanni. Chiudono la facciata due lesene angolari ai lati e un timpano triangolare ospitante la statua del santo.
L’interno, a una sola navata con volta a botte e quattro ampie cappelle simmetriche, è il risultato di successivi restauri, il primo dei quali, nel 1627, è una vera e propria ricostruzione.
Nella navata centrale, fra le due cappelle di destra, c’è una tela di difficile lettura e piuttosto rovinata. Rappresenta con forte realismo San Gerolamo, ne svela il corpo macilento e nodoso, su uno sfondo cupo col quale la figura si confonde.
L’opera è probabilmente una copia secentesca del San Gerolamo di Giuseppe de Ribera, detto lo Spagnoletto. Di fronte al San Gerolamo, fra le due cappelle di sinistra, c’è una luminosa tela settecentesca che rappresenta la flagellazione.
Nella cappella dedicata a San Carlo Borromeo, la prima a sinistra, è collocata una bella pala. raffigurante il santo e l’Immacolata Concezione, di Pier Francesco Guala, pittore settecentesco originario di Casale e attivo, oltre che in Piemonte, in Liguria, Lombardia, Toscana, Emilia. Nella composizione, a fondo scuro, si stagliano le figure dai colori decisi del santo, con l’ampio mantello rosso, e dell’Immacolata, vestita dì un blu intenso e posta su di un trono di nuvole. Intorno sono disposti paffuti visi d’angelo, motivo ricorrente dell’autore. L’aspetto semplice e le fattezze di gente comune delle due figure principali indicano la ricerca di realtà da parte dell’autore, unita peraltro ad una scelta compositiva che esalta la teatralità dei gesti.
La seconda delle cappelle laterali, a sinistra, è dedicata al Sacro Cuore di Gesù, ma in origine portava il nome di Santa Croce. Sull’altare, marmoreo, si trova una cornice a stucco, con raffigurati gli strumenti della passione di Cristo e dei puttini ben scolpiti. Nel Settecento l’altare era sormontato da una bella tela raffigurante la crocifissione, ricordata fino alla metà dell’Ottocento, e poi scomparsa. Il suo posto è ora occupato da una statua dei primi del Novecento pertinente alla nuova intitolazione della cappella.
Sulle pareti laterali sono collocate, una di fronte all’altra, due pregevoli tele di Sebastiano Taricco, attivo nella seconda metà del Seicento nel Piemonte occidentale. A destra è rappresentata la Maddalena che lava i piedi di Cristo. Il centro della tela è costituito da una tavola imbandita; dietro, due discepoli parlano fra loro, sullo sfondo elementi architettonici e altre figure: in primo piano, ai due lati Gesù e Maddalena. La costruzione è ricca di movimento, di prospettiva, così come la tela
di sinistra, che rappresenta Gesù servito dagli angeli. Il viso e l’espressione del Cristo sono le stesse del quadro precedente; le figure angeliche, di cui una, singolarmente, con le ali nere, si affollano in atteggiamenti morbidi e dinamici intorno al tavolo del Cristo.
Nelle cappelle di destra, dedicate rispettivamente a Sant’Anna e al Santo Rosario, sono ospitati due dipinti più recenti non più legati alla committenza dei conti Canalis. Sono opera di un pittore locale, Michele Maletti, la cui fama non supera i confini cumianesi. Nel quadro della cappella di S. Anna la famiglia della Madonna è inserita in un ambiente di carattere ottocentesco: gli arredi, gli oggetti e persino la pettinatura di Maria bambina sono tipici di quell’epoca. Mediocre è anche il secondo quadro: una Madonna col Bambino che porge il rosario a San Domenico: nella tela sono rappresentati anche senza un ordine compositivo, altri santi e altri personaggi.
Si accede al presbiterio tramite due sinuosi gradini, che seguono le morbide curve della balaustra marmorea; fra le due ali della balaustra sul pavimento, è posta la lastra che copre la tomba dei conti Canalis, datata 1662.
La divisione fra il presbiterio e il coro è data solo dall’altare, in marmo, a forma di urna, risalente alla seconda metà del ‘700. Ai lati del presbiterio si aprono la sacrestia e, l’una di fronte all’altra, due “absidi” per i fedeli. In quella di sinistra, in apposite nicchie, sono collocate due belle statue lignee, volute nel ‘700 dai parrocchiani appartenenti alle confraternite del Santo Rosario e di Sant’Anna.
A destra si trova la statua della Madonna del Rosario, opera di Giuseppe Plura, scultore ticinese attivo in Piemonte; la figura della Vergine è plasticamente sviluppata, pur conservando una certa staticità e si appoggia su un basamento costituito da una testa d’angelo.
La statua di Sant’Anna, a sinistra, è una bella e delicata opera di Stefano Clemente, la seconda personalità di rilievo della scultura piemontese del ‘700 rappresenta la santa in gesto di affettuosa cura nei confronti di Maria giovinetta. Le figure sono modellate con grazia e semplicità e il momento raffigurato, l’insegnamento della madre verso la figlia, è particolarmente adatto a suscitare confronti e collegamenti fra il mondo divino e la quotidianità del popolo.
Il coro di forma semicircolare, restaurato nel 1775 e nel 1783, è illuminato da tre finestre che danno luce anche al presbiterio. Nel coro trovano posto cinque grandi tele. Due sono opera del Taricco, autore anche di quelle contenute nella cappella del Sacro Cuore. Raffigurano entrambe il profeta Elia mentre riceve la chiamata di un angelo. Il personaggio biblico rivela in viso lo stupore e il timore improvviso; in uno dei due quadri l’angelo è una figura slanciata e movimentata nel suo manto rosso fiammante, indica con una mano la brocca e con l’altra il cielo, in un gesto fluido e teatrale. Nel secondo quadro l’angelo è una figura confusa fra le nuvole e le sfumature tenebrose dello sfondo.
Le tre tele collocate accanto ai profeti del Taricco risalgono al ‘700 e sono di difficile attribuzione. Raffigurano rispettivamente Re Davide, il Battesimo di Cristo e, ancora, il profeta Elia.

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LA CHIESA DI S. MARIA DELLA MOTTA

S. Maria della MottaLa chiesa parrocchiale di S. Maria della Motta sorge su di un’altura al centro di Cumiana e si offre alla vista di chi arriva da ognuna delle vie di accesso al paese nella sua maestosità barocca.
La fondazione della chiesa è dichiarata antichissima già nel 1407, in un atto dei signori del luogo, i Canalis. In effetti sul territorio di Cumiana, donato da Teutcario, signore longobardo, all’abbazia di Novalesa nel 739, i monaci stabilirono ben presto una prevostura che ressero per alcuni secoli, fino al XIV secolo, quando avvenne il passaggio alla diocesi di Torino. Probabilmente vi sono state successive costruzioni, forse anche orientate in modo diverso dall’attuale, a partire già dal X secolo, ma i primi documenti che descrivono l’antico edificio risalgono al l584. La chiesa antica doveva avere notevoli dimensioni: a tre navate, soffitto a volta, con cappelle nelle navate laterali, coro e sacrestia.
Restauri e modifiche si susseguono fino alla metà del XVIII secolo, quando Giovan Battista Morari progetta e il figlio Felice Nicolao realizza il grandioso edificio barocco attuale, in uno stile ispirato dai modelli juvarriani (Superga) e vitozziani (Vicoforte). Dai Morari viene abbattuto e ricostruito solo il corpo della vecchia chiesa. Nel 1833 viene affidato a Gaetano Lombardi il rifacimento della zona presbiteriale e absidale, realizzata soltanto all’inizio del Settecento e quindi in un primo momento conservata, ma in seguito considerata inadeguata e incoerente con l’ampio e maestoso nuovo corpo.
La chiesa, dedicata alla Natività di Maria, è a pianta ellittica e di struttura massiccia, si distingue per l’ampiezza: fra le chiese ovali del Piemonte è la più grande dopo Vicoforte. Si affaccia di fronte alla confraternita dei SS. Rocco e Sebastiano su un vasto piazzale lastricato a “sterni”, al quale si accede attraverso un’ampia ed elegante scalinata semicircolare, anch’essa lastricata a “sterni” e collegamento fra il centro del paese e l’altura su cui sorge la chiesa.

L’esterno, semplice e severo, che già prelude al neoclassico, presenta una facciata costruita in pietra di Cumiana; due coppie di semicolonne in muratura, con capitelli in stile ionico composito, scandiscono la facciata in tre parti. Il portone d’ingresso, nella parte centrale, è sormontato da un frontone curvilineo e da una grande finestra a semicerchio. Nelle parti laterali sono disposte due statue del Brilla raffiguranti l’Antico e il Nuovo Testamento: due nicchie ovali all’altezza dei capitelli ospitano ciascuna una piccola statua. Chiude l’alta facciata un frontone triangolare, sormontato da una croce e da quattro candelabri a fiaccola; la copertura del tetto è a lose. I fianchi della chiesa, su cui si aprono ampie finestre rettangolari e semicircolari, sono curvilinei, ornati da lesene e semplici capitelli su cui poggia un’alta trabeazione. Il campanile, leggermente distaccato dal fianco destro, si erge alto e slanciato e si apre in una cella campanaria ampia e ariosa. Lo sormonta una cuspide in rame a curve rientranti e sporgenti, secondo le forme barocche, fiancheggiata da quattro fiaccole lapidee.

L’interno ha un’unica grande navata ellittica - 50 metri per 26- sormontata da un’alta cupola elissoidica di notevole arditezza. Due grandi aperture ad arco si fronteggiano; in corrispondenza, una della porta di ingresso e l’altra del presbiterio. Sull’arco d’ingresso si trova un bell’organo, con bassorilievi di soggetto musicale.
Su ciascuno dei due lati si aprono tre arcate che immettono nelle sei cappelle degli altari laterali (ognuna a pianta rettangolare e con volta a botte). Si alternano alle arcate, a stucco con venature che ricordano il marmo, gruppi di due colonne anch’esse stuccate a marmo verde di Susa, coperte da capitelli bianchi, ionici, ornati di ghirlande, che reggono l’elegante ed imponente trabeazione corrente tutt’intorno alla chiesa. Alle colonne corrispondono delle nervature che scandiscono la volta. Divide la navata dal coro una semplice balaustra marmorea. Il presbiterio e il coro rivelano un’impronta già neoclassica. Sormonta il presbiterio una cupola a base circolare; ai fianchi corrono due tribune sostenute da colonne doriche. Il coro, semicircolare, è ornato da sei colonne incastrate con capitelli ionici e ghirlande, e coperto da una volta a semicatino. La decorazione delle volte di tutta la chiesa è opera del Sereno, che nel 1871 dipinge a colori accesi le storie della Vergine, con risultati non all’altezza della splendida architettura.
Maestoso si erge l’altare marmoreo, nelle pietre verdi e arancio copiate dal decoro della chiesa Ha ornamenti di ghirlande ed eleganti putti, in marmo bianco ai lati, in legno dipinto al centro, sopra il tabernacolo. E’ sormontato da una semplice e leggera croce e da sei imponenti candelabri.
Nel coro vi è una copia - non paragonabile all’originale della tela più importante della chiesa, ora collocata in posizione nascosta: la Natività della Vergine, che fu commissionata per rappresentare 1’intitolazione della chiesa e che per molti anni ha ornato il coro sopra 1’ altare maggiore. La tela rappresenta, con vivacità espressiva e attenta costruzione della scena, Sant’Anna con la Madonna appena nata e alcune figure femminili ritratte in gesti ed espressioni di vita quotidiana. Sullo sfondo compare la figura di San Gioacchino, l’unico ritratto in un atteggiamento stereotipato di devozione. L’opera potrebbe essere attribuibile ad Antonio Milocco, pittore di scuola beaumontiana.
Nella seconda cappella a destra si conserva la Madonna del Rosario, pala d’altare settecentesca, contornata da piccoli quadri di Via Crucis secenteschi. Il quadro rappresenta in una composizione classicheggiante solenne e composta le figure di S. Domenico, S. Sisto e Santa Teresa d’Avila al cospetto della Madonna col bambino. La scena, quasi teatrale, sembra essere rivelata da angeli che sollevano un drappo come su un palcoscenico. L’opera è attribuibile a Lorenzo Pelleri, pittore carmagnolese. Nella terza cappella sulla destra è conservata una splendida Pietà di Giovanni Comandù. L’opera, di gusto barocco, rivela un equilibrio compositivo già neoclassico. Le figure si stagliano in una composizione piramidale che ha al vertice S. Giovanni, chino su una Madonna angosciata e composta, mentre la luce converge sul corpo livido e abbandonato del Cristo, la cui mano è delicatamente sorretta dalla Maddalena. I tratti mossi dai cupi colori del cielo e un bel paesaggio fanno da sfondo. Nelle altre cappelle sono conservati quadri ottocenteschi di interesse devozionale. Si segnala. in particolare, nella terza cappella di sinistra, l’urna dorata contenente la statua di S. Maria Bambina, risalente alla prima metà del Novecento ma realizzata in un sorprendente stile rococò.
Molte pregevoli tele settecentesche sono conservate in luoghi non accessibili della chiesa. Alcune di esse necessiterebbero di un restauro che le restituisca alla vista e all’ammirazione di cumianesi e visitatori.

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CHIESA DI SAN PIETRO IN VINCOLI

La chiesa di San Pietro in Vincoli, situata nella frazione di Tavernette, è una delle più antiche del territorio cumianese: il primo documento che la cita risale, infatti, al 1319.
È interessante ricordare che, all’epoca questo paese si chiamava Oliva (denominazione che ha mantenuto fino al 1866), mentre Tavernette si estendeva più a valle, era un centro importante di cui faceva parte anche l’Oliva: fu distrutta da un incendio appiccato dai francesi nel 1645. La chiesa, come viene descritta nel secolo delle visite pastorali appare come un edificio modesto, bisognoso di manutenzione, senza pavimento e che viene volutamente mantenuto spoglio per timore di ladri ed eretici.
Anticamente aveva un’unica navata ed un coro che fungeva anche da sacrestia.
L’edificio assume maggior importanza nel corso del XVIII secolo, diventando il principale luogo di culto di Tavernette al posto di S.Giacomo: una relazione scritta da un sacerdote nel 1776 fa pensare ad una nuova chiesa costruita sui resti di quella precedente, situata ed orientata come quella odierna, con il campanile eretto prima sulla destra della chiesa poi spostato dalla parte opposta ed ingrandito. Così la descrive testualmente: “La chiesa parrocchiale è situata sopra una piccola collina in luogo sano, fatta di una sola nave stretta di larghezza, ma di altezza proporzionata con cornicioni stuccati per ogni intorno, con lesine di color giallo, e al di fuori facciata rustica, e tale per ogni intorno, con un tetto debitamente riparato….avuto riguardando al popolo non è di sufficiente capacità, dovendo nei giorni festivi degli uomini restarne in gran parte nel presbiterio e nella sagrestia”.
Il documento indica inoltre che S. Pietro aveva tre altari e descrive le tele che la chiesa possiede e che sono l’ornamento di ciascun altare, ciascuna dipinta secondo l’intitolazione cui si riferisce: le due belle raffigurazioni di “S. Pietro e l’Angelo” sono tuttora ammirabili, mentre di altre opere ci è pervenuta la sola testimonianza. Si legge, infatti, che l’altare della Beata Vergine del Rosario possiede l’icona rappresentante la Madonna che porge il Rosario a S. Domenico e a Santa Rosa da Lima, insieme con i dipinti dei quindici misteri del Rosario, collocati intorno a detto quadro. La scomparsa di queste tele è dovuta probabilmente ai furti.
La trasformazione della chiesa avviene a partire dal 1832 con i restauri della canonica prima e della chiesa qualche anno dopo: il vero rinnovo è dato dall’aggiunta di due navate (1932), e dei due altari dedicati al Sacro Cuore e a Maria SS. Oggi San Pietro in Vincoli è ancora una chiesa di modeste dimensioni, con un esiguo coro e con una sola porta di accesso, mentre l’ampliamento in stile neo medievale con la suddivisione interna in tre piccole navate la allontana dall’aspetto antico.

Il patrimonio artistico. La Madonna della cintura è ospitata al fondo della navata sinistra. Potrebbe risalire al 1776 ed è stato attribuito al Molinari, seguace della scuola beaumontiana. Le figure sono immerse in un’aura seria e un poco triste, secondo la caratteristica del pittore di rappresentare un insieme spirituale raffinato anche se un po’ gelido. Interessante il putto ai piedi di San Giuseppe, semicoperto da un drappo di stoffa rossa. San Pietro liberato dall’Angelo è rappresentato in una tela collocata dietro l’altare maggiore. Nel freddo grigiore delle mura spiccano il blu e il giallo del mantello e la figura del Santo appare un po’ appiattita. Il quadro, della seconda metà del Settecento, è attribuito a Michele Milocco. Nel piccolo coro della chiesa è collocata una vecchia tela piuttosto rovinata, ma di grande bellezza, rappresentante un angelo che accompagna amorevolmente San Pietro fuori della prigione tenendolo per mano. Il passo sicuro del giovane messaggero celeste si contrappone al movimento incerto e lento del Santo, i colori sono caldi e delicati. L’opera è datata 1654. L’aspetto della facciata, che ancora, come nel 1776, può dirsi “rustica”, è presumibilmente simile a quello originario, o per lo meno settecentesco, poiché, fatta eccezione per le estremità aggiunte a formare le navate laterali, si presenta nella parte centrale semplicemente definita da lesene e sormontata da un timpano, quale poteva essere ai tempi in cui la chiesa era costituita da una sola navata. Tale settore ha un portale sovrastato da un frontone centinato in stucco, mentre, al disopra, completa il decoro un affresco raffigurante San Pietro, affiancato da due nicchie che ospitano le statue di San Pietro e San Giuseppe. Il gusto per il medievalismo non si ferma ai rifacimenti dell’interno e si estende anche al retro dell’edificio, il quale, affacciandosi da un punto panoramico sulla vasta pianura sottostante, possiede, per offrire una più adeguata visione della chiesa, un’ulteriore facciata al posto di un normale coro.


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CHIESA E TORRE DI SAN GIACOMO

San GiacomoDi antichissima origine, era la chiesa “San Nazario” di “Cerretum”. Secondo il Porta la ricostruzione può ricondursi all’anno 1040. Prima del secolo XVII, era più importante di San Pietro in Vincoli (vedi scheda). La chiesa aveva due altari laterali oltre a quello maggiore, non aveva una stanza per la sacrestia ed attiguo ad essa esisteva il cimitero. Nel Settecento possedeva soltanto l’altare maggiore e l’aspetto era pressoché lo stesso dei secoli precedenti. La decorazione interna era ricca e pregiata. Il soffitto ben dipinto ed il coro, piccolo e in forma semicircolare, era decorato con pitture e mosaici antichi. Nel 1868 si attuarono drastici rifacimenti che soppressero le antiche bellezze, dandole una nuova volta, un nuovo altare ed una nuova facciata. Per realizzare quest’ultima si abbatté il vecchio coro. L’antica facciata era ancora presente a ponente, ovvero nell’attuale retro della chiesa e conserva tracce di affresco raffigurante San Cristoforo, riconducibile alla metà del Trecento. Il campanile a pianta quadrata è un bel monumento in stile romanico. La chiesa aveva originariamente ingresso a monte e l’abside rivolta a valle secondo la consuetudine medievale che concretizzava le teorie teologico-architettoniche che prevedevano le absidi rivolte normalmente a oriente. L’antica facciata, che ancora si può vedere a occidente, è suddivisa da lesene in cinque scomparti; nella parte superiore le lesene sono collegate da due archetti pensili e tale disposizione induce ad attribuire la chiesa e il relativo campanile al secolo XI. Anche i fianchi sono suddivisi da lesene che intervallano con una serie di quattro archetti con cornice in laterizio. Un autorevole studioso, il Porter, si soffermò sulla chiesa di Tavernette e pur non compiendo uno studio particolareggiato, ha suggerito il 1040 come anno di realizzazione dell’edificio. Eugenio Olivero conferma tale data con una base documentaria indiretta poiché si rifà a fondazioni e donazioni di edifici religiosi avvenute in zone limitrofe negli anni immediatamente precedenti o successivi. L’interno è completamente intonacato e sempre secondo Olivero, che la vide negli anni ’30 quando i muri erano scrostati, si poteva ancora vedere la disposizione a spina di pesce del materiale costruttivo ed alcune tracce di affreschi quattrocenteschi, ossia una Madonna col Bambino, due Angeli e una Pietà, sennonché alcune tracce di motivi decorativi sottostanti e quindi più antichi. Quando la chiesa fu studiata dall’Olivero “La volta che non apparteneva all’originaria costruzione della chiesa era caduta ed ingombrava il suolo” e ciò induce a pensare che l’attuale copertura a capriate lignee sia opera realizzata recentemente. Ora la chiesa è spoglia e disadorna; resta solo l’altare maggiore con alle spalle il recente dipinto dell’Ultima Cena eseguito dal pittore cumianese Riccardo Gontero. La torre campanaria ripete fedelmente il tipo di campanile romanico diffuso nel territorio piemontese ed è costituito da muratura in pietrame sufficientemente curato e da quattro lesene angolari realizzate in blocchi di pietra di media grandezza e accuratamente squadrati. L’intero tessuto murario in pietrame è talvolta interrotto dalla presenza di pochi elementi in laterizio, le cui misure fanno pensare a mattoni appartenenti all’edilizia romana che fu sicuramente presente nei dintorni. La pianta del campanile è quadrata e la sua altezza è suddivisa in cinque piani che esternamente sono evidenziati da semplici cornici orizzontali a piccolo sbalzo e sostenute da beccatelli in pietra. Al terzo piano una cornice composta da blocchi di pietra e mattoni sistemati a dente di sega, conferisce un’evidente accentuazione chiaroscurale all’insieme. Le finestre dei primi piani sono semplici feritoie rettangolari con evidenti strombature della muratura all’interno. Una di esse è simile ad una monofora, ossia è caratterizzata nella parte superiore da un archetto ricavato in un solo blocco di pietra. Il penultimo piano presenta, sui quattro lati, resti di bifore di grosse dimensioni; una di esse conserva ancora la colonnina centrale con il capitello a stampella, mentre le altre, in luogo di tale elemento, hanno come sostegno dei due archi, tozzi pilastri in pietrame, realizzati probabilmente nei tempi in cui si manifestarono i primi crolli, per porre rimedio a quanto era ancora possibile salvare delle parti superstiti. Si trattò di un primo e grossolano tentativo di restauro e viene da pensare che all’interno di tali sostegni siano contenute le antiche colonnine. All’interno del campanile le mura hanno la stessa irregolarità già riscontrata all’esterno e in prossimità dei vari piani presentavano delle riseghe che consentivano l’appoggio dei pianerottoli oltre che l’alleggerimento degli spessori murari. E’ assente qualsiasi traccia di collegamento verticale, ma certamente scale e pianerottoli erano presenti. Si esclude innanzitutto l’ipotesi di scale in pietra poiché non si rilevano innesti nelle mura perimetrali; probabilmente erano scale in legno a collegare i piani.

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LA CONFRATERNITA DEI SANTI ROCCO E SEBASTIANO

La chiesa della Confraternita dei Santi Rocco e Sebastiano è sita di fronte alla Parrocchia di Santa Maria della Motta, in posizione speculare e ben elevata sul borgo circostante. Davanti, un piazzale coperto di pietre vive dette “Sterni”.

La Confraternita muove i primi passi un ventennio dopo la grande peste del 1630. Come tante altre nel pinerolese, non doveva all’origine possedere una chiesa ampia: bastava una cappella con coretto per officiare: un piccolo oratorio, in definitiva. È nel 1680 che si pensò di costruire una “Casa Nuova”. A mano a mano che la Confraternita si irrobustiva per via di un sempre crescente numero di confratelli e consorelle si sentì la necessità di avere a disposizione una chiesa più comoda. Nel 1702 si incarica un certo “Falconetto ingegniere” per il disegno della nuova chiesa. Lo si paga 16 lire. Tuttavia, per motivi che ci sfuggono, non si riesce ad attuare il desiderato progetto. Migliori possibilità di realizzazione si avranno dopo il primo decennio del Settecento, all’interno di un nuovo fervore costruttivo. E così, nel 1717 si passa la mano per i disegni a Carlo Antonio Castelli. Dotato di buon intuito tecnico - artistico, senza raggiungere alte capacità di progettazione, pianifica il sistema costruttivo secondo collaudati canoni a volte guariniani, a volte juvarriani, ecc.
La sua opera non indegna, anzi quasi sempre di buon livello e sparsa un po’ dappertutto nella zona, può essere scambiata per opera minore di grandi progettisti. L’esecuzione dei progetti è spesso affidata a capimastri di provata capacità, designati nei documenti sotto il generico nome di “Luganesi”. Essi sono quasi sempre aiutati da capimastri locali, che si prestano a portare a termine i lavori quando i “Luganesi” sono chiamati urgentemente altrove. Il Castelli presenta il disegno del coro nuovo, da costruire al posto di quello antico. Esso viene realizzato dai capimastri luganesi Antonio Moriggia e Pietro Morganti durante il 1718, dopo che al termine del 1717 avevano demolito la vecchia costruzione. Il Castelli lo collauda il 12 aprile 1719. Immediatamente, dopo 18 maggio del 1719, i confratelli stipulano una seconda capitolazione con “Mastro Battista e Steffano fratelli Bottani luganesi habitanti nella città di Pinerolo et il signor Andrea Rosso anche luganese” per la costruzione di quello che i documenti nominano come il “Sancta Sanctorum”, ma che si deve intendere dalle misure, come l’intero corpo della chiesa. I lavori vengono eseguiti durante l’anno e portati a termine, come stabilito nella convenzione, per la fine di agosto del 1719. Il Castelli procede alla misura dei “Travaglij, fatti attorno alla chiesa” il 29 ottobre dello stesso anno e collauda. In seguito si attueranno i necessari lavori di rifinitura. E così il 16febbraio 1746 il pittore Giovanni Battista Vianelli è pagato 70 lire per la pittura della chiesa, per il “ristoramento del quadro (ora scomparso) e cornice e pitura del altare”. Nel 1760 i confratelli dirigenti pensavano nuovamente ad abbellire la loro chiesa, deliberando il 14 settembre di far collocare una balaustra di marmo avanti l’altare maggiore. Un documento del tagliapietre Pietro Andretti riporta le qualità dei marmi usati. Altro elemento importante, la costruzione dell’organo all’inizio dell’Ottocento (1818) ad opera del Collino, un organaro che lavorò molto anche nella zona sud della capitale subalpina.
La Chiesa della Confraternita di S. Rocco e Sebastiano sviluppa una pianta a “cellule spaziali concatenate, avvolte da pareti curve”. È infatti schematicamente costituita dalla navata ellittica disposta longitudinalmente, che viene collegata al coro a ellisse trasversale tramite uno spazio molto schiacciato delimitato in alto da una volta toroidale. Il primo ellisse, che costituisce l’ambiente più ampio, è suddiviso mediante otto pilastri sormontati da archi.
L’interesse fra i pilastri che delimitano l’entrata principale ed il presbiterio è maggiore degli altri sei restanti; inoltre l’imposta dei due archi sostenuti da quei pilastri è situata ad una quota più elevata degli altri. Dando così all’insieme un più ampio, respiro e permettendo l’inserimento dell’organo in corrispondenza dell’entrata. I due archi situati alla soglia del presbiterio sono murati: queste nude pareti fanno da sfondo ai due confessionali lignei, sormontati l’uno dal pulpito e l’altro da una teca contenente una statua di San Giuseppe. I rimanenti quattro archi si aprono sulle simmetriche ali laterali, suddivise ciascuna in sei spazi coperti da piccole volte a vela. Al centro della parete di fondo delle due ali, sono posti gli altari in onore dei Santi Elisabetta e Antonio, protettori dei confratelli. Tornando nella parte centrale della chiesa e rivolgendo lo sguardo si potrà cogliere l’insieme della cupola che riporta un ricorrente motivo guariniano: “quello degli archi incrociati a creare motivi stellati”. Dando le spalle alla porta centrale e dirigendo lo sguardo in avanti si incontreranno due archi tra loro paralleli che delimitano lo spazio del presbiterio, che viene diviso dalla navata centrale mediante un rialzo a gradini ed una balaustra. Un bell’altare marmoreo adorna il presbiterio, reso maestoso dalla presenza di un baldacchino risalente a fine Ottocento. Per completare questa visita architettonica all’interno della chiesa, non rimane che la zona del coro. Essa è “sovrastata da un elissoide, e come nella navata centrale assume lateralmente forma semicircolare”. Questo spazio è caratterizzato dalla presenza di un elegante struttura lignea a banchi, con bei pannelli scolpiti, preceduta da una piccola e leggera balaustra in legno. Il tutto è coronato da una nicchia, chiusa da un vetro contenente una statua e dal sottostante baldacchino. Al centro dello spazio ellittico troneggia un importante leggio, con pannelli che ricordano quelli degli scranni. Nel coro della Confraternita la statua di San Rocco domina ancora da una nicchia sottolineata da una corniciatura architettonica di imponenza paesana.
Un’anta vetrata chiude la nicchia, i suoi vetri antichi e irregolari rendono meno visibile la retrostante scultura. Il Santo appare a grandezza naturale e colorato, con tutti gli “emblemi” ed “attributi” previsti dal contratto: il cane con il pane, il bordone, la pellegrina con le conchiglie, la piaga. L’esterno della Confraternita è caratterizzato dalla facciata a due piani sovrapposti, che pur non apportando novità di rilievo nel panorama architettonico del suo tempo, non è certo priva di una sobria eleganza. L’insieme si riallaccia palesemente alle tematiche guariniane come “il fondamentale motivo accentratore del corpo cilindrico emergente”
Recentemente (1997 si è costituito a Cumiana un comitato per la salvaguardia e il recupero della Confraternita. Nel 1998 grazie a questo comitato è stato possibile realizzare l’impianto elettrico.

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CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA

A circa metà della strada provinciale che conduce al centro di Cumiana, rivolta a mezzogiorno, su una piccola altura si eleva e si mostra alla vista di quanti procedono per il centro del paese la chiesa di Santa Maria Assunta, di origini assai remote.

Le origini: della sua antichità si parla già in un documento del 1312, riguardante l’investitura di Guglielmo Buringes alla presenza del teste, il pievano di Cumiana ovvero: “Jacobo Flamenger plebanus Combaviane”.
E’ una chiesa a forma di “croce di Malta”, internamente ed esternamente di figura quadrata, con semicircolo a ponente, interno a volta, copertura a tegole. Da alcuni manoscritti che si riferiscono a visite pastorali, si comprende che la chiesa originaria era molto differente dall’attuale: infatti viene indicata la presenza di numerosi altari, che fanno pensare ad una più ampia dimensione dell’edificio. Restauri e modifiche si susseguono fino al 1776 e nel secolo XVIII, sui resti della vecchia chiesa, viene edificata l’attuale, dedicata all’Assunzione. Non è facile risalire esattamente all’anno di tale cambiamento, ma una relazione pastorale lascia intendere che nell’anno 1702 la nuova Pievania, così era chiamata la chiesa, non era ancora pronta ad accogliere i fedeli. La nuova chiesa si presentava con un’unica navata tutta di mattoni, fatta a volta rotonda e tinteggiata; l’altare maggiore era separato dalla parete e semicircondato dal coro. All’ingresso, collocato a sinistra e chiuso da cancelli di legno, era posto il fonte battesimale. La sacrestia era situata a mezzogiorno, mentre il campanile si trovava a settentrione. Questa descrizione, desunta dagli scritti settecenteschi, corrisponde abbastanza bene all’assetto odierno, che tuttavia risulta modificato a seguito di moderni rifacimenti. La struttura interna è di ordine ionico (tipico delle chiese dedicate alla Madonna) l’altare maggiore è rivolto ad oriente ed è collocato nell’estremità della forma disegnata dalla chiesa. Il presbiterio è delimitato da una balaustra di marmo di diversi colori. Le pitture murali che si trovano agli altari laterali sono una finta architettura a “trompe l’oeil” del Settecento, mentre gli affreschi all’interno della volta (Assunzione della Vergine) consistono in modesti lavori pittorici dell’Ottocento. A sinistra, entrando, è collocata una bella tela settecentesca raffigurante la Madonna del Carmelo assisa in cielo e venerata dai Santi Giuseppe e Giovanni Nepomuceno. Fra i due santi c’è una piccola e curata rappresentazione del martirio di San Giovanni: sullo sfondo delle mura di una città, un soldato ha appena fatto precipitare da un ponte il santo, il cui corpo viene inghiottito dal fiume. Interessante, anche se malamente ridipinta è la seicentesca statua dell’Assunta, circondata da numerosi angeli. L’espressione di Maria è intensa e rapita, gli abiti drappeggiati in modo plastico e drammatico. Il campanile fu riparato nel 1811 e già risultava sufficientemente alto: circa sei piani ed altrettante finestre; oggi è inglobato per metà altezza nel corpo della chiesa e si presenta semplice, povero e massiccio. La facciata esterna della chiesa, di recente architettura, è articolata su due piani di diverse dimensioni e sormontata da un timpano. Delle povere lesene incorniciano un semplice portale d’ingresso e una soprastante finestra rettangolare. Annessa alla chiesa si trova la casa parrocchiale, poco distante c’è il cimitero, a circa 270 metri dalla chiesa, mentre per tutto il Settecento esso si trovava in faccia alla chiesa, circondato da un muro e chiuso da cancelli di legno, con all’interno una croce anch’essa in legno.

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L'ANTICO CASTELLO DELLA COSTA ed IL PALAZZO DELLA COSTA DEI CONTI CANALIS DI CUMIANA

Palazzo della CostaDell’antico castello ad est del borgo della Costa rimangono oggi solo resti di mura di cinta e alcuni ruderi raggiungibili attraverso un percorso di grande interesse artistico e ambientale. L’edificio, detto ‘Castellano”, venne eretto nel XIII secolo con la precisa funzione di castello fortificato. Il castello appartenne in un primo tempo ai Falconieri, primi signori di Cumiana, poi ai principi di Savoia, infine nel 1366, quando Termignone di Canalis acquistò il feudo, la proprietà del castello passò definitivamente ai Canalis, famiglia di feudatari alle dipendenze dei Savoia-Acaia e per sei secoli dominatrice della storia di Cumiana.

Il palazzo della Costa
Dominante sopra il borgo, in un’ottima posizione panoramica, sorge quell’affascinante costruzione che è comunemente nota come il Castello della Costa. In realtà l’edificio, a differenza del vero e proprio castello fortificato soprastante, fu dall’inizio una villa residenziale senza alcuno scopo difensivo.
La prima ala del castello nuovo, quella esposta a sud - ovest, venne fatta costruire nel XVI secolo da Guglielmo Bernardino dei Canalis con le pietre dell’antico castello distrutto. A quel primo nucleo architettonico cinquecentesco si aggiunsero nel corso dei secoli XVIII e XIX altre aree edificate fino a ricoprire una superficie di 4470 mq.
L’edificio ha subito negli anni diversi passaggi di proprietà, dai Canalis al Canonico Maione ai conti Provana di Collegno che lo acquistarono nel 1864 e lo cedettero soli pochi anni fa, alla morte delle ultime contesse che ancora vi abitavano, all’immobiliare Maletto e Orsi. Oggi la parte aulica dell’edificio appartiene alla famiglia Vaglio, che ne ha fatto la propria residenza e vi ha allestito un’interessante raccolta di mobili ed arredi antichi aperta al pubblico.

Personaggi illustri
Il palazzo della Costa ospitò nella storia diversi personaggi famosi. Vi dimorò alla fine del 1600 la famosa Anna Carlotta Teresa Canalis, marchesa di Spigno. Le cronache del tempo narrano che Vittorio Amedeo Il, alla vigilia della battaglia della Marsaglia, si invaghì della giovane e ne fece la sua amante per poi sposarla solo poco prima della sua abdicazione (settembre 1730) in favore del figlio Carlo Emanuele III, vanificando così le speranze della marchesa di diventare regina.
Lo storico palazzo conobbe anche Vittorio Alfieri che nel 1764, appena quindicenne, vi si recò in villeggiatura in occasione delle nozze di sua sorella, la contessina Giulia, con il conte Giacinto Canalis. Un’iscrizione sul busto di gesso di Vittorio Alfieri nel salone del palazzo ricorda la sua permanenza. Il grande tragediografo italiano vi soggiornò ancora cinque anni dopo e vi ritornò in altri momenti importanti della sua vita. Diversi passi della sua biografia riportano l’ammirazione per la bellissi-ma villeggiatura di Cumiana distante dieci miglia da Torino” e i Cumianesi tramandano ancora oggi il ricordo delle sue sfrenate cavalcate nei giardini a ridosso dei bastioni. Altro illustre ospite del palazzo fu San Giovanni Bosco che è ricordato nella cappella privata adiacente al salone centrale.

L’esterno
Il castello è formato da quattro maniche edilizie ben differenziate, aggregate intorno ad un cortile centrale con due lati porticati. Tuttora si trova in cattive condizioni di conservazione: la parte ovest versa in una grave situazione di degrado strutturale ed estetico: in tempi brevi è previsto un importante intervento di restauro.
La parte est del palazzo, grazie a recenti interventi di ristrutturazione si presenta invece in buone condizioni.
La facciata principale, quella esposta a sud, è organizzata su tre livelli architettonici. Davanti alla facciata una scala monumentale formata da tre ampie rampe e. realizzata in pietra fluviale dà accesso al castello e conduce ad una grande terrazza di 115 mq circondata da una balaustra in marmo bianco di Carrara. Su di essa si possono ammirare alcune antiche meridiane, una delle quali ancora oggi in grado di indicare l’ora.
La facciata a nord è la più sobria, priva di decorazioni architettoniche e di lesene. Il piccolo terrazzo non possiede una balaustra di marmo come quella della facciata principale, ma doveva comunque godere di una certa importanza dal momento che conduce direttamente dai giardini al salone affrescato.

L’interno
L’entrata principale è sulla facciata esposta a sud. Dalla terrazza si accede ad un chiostro, sostenuto da volte a crociera, che si affaccia su di un cortile interno rinascimentale. La manica porticata conduce ad un vasto salone, comunicante con il terrazzo della facciata nord che riporta all’esterno verso i giardini.
La grande area del salone, che misura circa 104 mq., oggi è completamente vuota. Tutti i mobili della famiglia Provana sono stati trasferiti al castello di Guarene e l’originale busto di Vittorio Alfieri attende di essere ricollocato nella sua sede.
Gli affreschi settecenteschi del salone ricoprono interamente le quattro pareti e il soffitto con raffigurazioni trompe-l’oeil di elementi architettonici impreziositi da finte bandiere, lance, stemmi, vasi di fiori. Nelle otto lunette dipinte ai lati della stanza si trova un’alternanza di strumenti musicali e armi da guerra (tamburi ed elmi, armature e lance). Nella volta è rappresentato un guerriero affiancato da due putti angelici e da un personaggio in sella ad un leone. Accanto all’interpretazione allegorico - mitologica che si fa di questa figura si ritrova un legame con la casata dei Canalis. dal momento che il leone figura nello stemma di famiglia. Uno dei particolari più interessanti del trompe-l’oeil è la figura femminile che si sporge da una delle finte balconate, semicoperta da un drappo dorato. Varie interpretazioni la leggono come raffigurazione della marchesa di Spigno. Gli affreschi del palazzo potrebbero essere attribuiti ai fratelli Pozzo nella loro fase iniziale e all’influenza del padre. La tesi è avvalorata dalla somiglianza agli affreschi del 1777 in Palazzo Alessi di Canosio a Fossano dove compaiono motivi simili a quelli di Palazzo Canalis.
Dal salone si accede ad una piccola cappella privata di stile barocco dove era conservato fino a pochi anni fa, prima dell’ultimo furto, un quadro di S. Giovanni Bosco.
Sempre al piano terreno ci sono gli appartamenti del conte e della contessa Provana di Collegno. Sul lato nord-ovest del castello si trova ancora la cucina con al centro una grande stufa a legna. Vicina alla cucina si trova una sala da pranzo, a fianco della quale una volta c’era una sala da biliardo.
Il castello è quasi del tutto spoglio dei suoi arredi. Conserva in buono stato i vetri originali delle finestre sottilissimi e ondulati a causa dell’antica tecnica di stesura della pasta vitrea con il mattarello, il pavimento in legno e in cotto e i soffitti a cassettoni della fine del ‘600. Rimangono alcuni arazzi in seta e una bellissima tappezzeria nel salone indiano che prende il nome dalle raffigurazioni di paesaggi e personaggi dell’oriente.
Al pian terreno, l’unico che veniva riscaldato per mezzo di una caldaia a legna che diffondeva l’aria calda attraverso bocchettoni, si trovano ancora piccoli servizi igienici. Al primo piano, affacciata sul cortile interno, c’è una biblioteca ancora in buono stato ma dagli scaffali completamente vuoti. Accanto si trovano altre camere e corridoi con botole segrete nelle quali si nascondevano i partigiani durante la Seconda guerra mondiale.
Il secondo piano che ricopre una superficie più piccola rispetto a quelli sottostanti veniva usato soprattutto come ripostiglio. Nei sotterranei, ai quali si accede per mezzo di una scala posta a fianco della cucina, si trovano le cantine e l’aranciera, dove si mettevano a svernare le piante di arance e limoni.

Il giardino
Il giardino, che misura circa 300 kmq, circonda interamente il palazzo. Vi si accede dunque da quella stessa entrata principale che conduce palazzo, attraverso un cancello in ferro fiancheggiato da due colonne sulle quali troneggiavano una volta dei cavalli di bronzo poi sostituiti da ippocampi, figure mitologiche. Il parco è uno spettacolo suggestivo di terrazzi e giardini. Vi sono gruppi di piante che superano il secolo come il cedro all’ingresso e le conifere. Un antico olmo si staglia sul lato a nord e una lunga fila di tassi costeggia a est il palazzo. Un ombroso viale carrozzabile si estende sopra la strada della Costa e conduce al Belvedere, un terrazzo verde aperto sul panorama di Cumiana.

Il castello ospita un museo permanente dell'Arredamento

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